Alla fine della II guerra mondiale l’Italia era un Paese in ginocchio. In alcuni casi sdraiato.
C’era fame, miseria. Case distrutte. Si faticava a venir fuori dagli orrori, dalla paura, dalle ferite profonde inferte dal fascismo, dalla guerra, dai bombardamenti, dalla disperazione.

Per quella generazione di italiani, che nella maggior parte erano rimasti analfabeti, soprattutto nelle campagne e nel sud, il sogno per cui valeva la pena vivere e continuare a stringere i denti nonostante sanguinassero le gengive ormai, a furia di stenti e di sacrifici, era uno solo: dare un futuro ai propri figli. Costruire per loro il mondo giusto, libero, pacifico, equo e felice che non avevano potuto avere loro.
Quella generazione raccolse il coraggio, la dignità, i propri valori sicuri, l’orgoglio di essere italiani, aggiunse altri calli alle mani già doloranti e ne fece alimento e concime per un progetto grandioso: lavoro, casa, dare un pezzo di carta ai propri figli, poterli chiamare “dottore”. E piangere d’orgoglio e di fierezza finalmente, anzichè di stenti. Riscattarsi.

E quella generazione ce la fece. Dagli anni ‘60 in poi il sogno cominciò a realizzarsi. I figli diventarono dottori, i rifugi e le stamberghe diventarono case e ville, gli stracci vestiti dignitosi. Il pane duro divenne carne tutti i giorni e ogni ben di Dio.
E insieme alle lenzuola profumate e al pane bianco, quei padri e quelle madri passarono il valore della fatica, della conquista, della vita onesta, del rispetto, della legalità, delle regole civili, della patria, della democrazia, del valore dell’impegno e della cultura, della libertà.
Non tutti, certo, però tanti, tantissimi sì.
E insieme alle lenzuola profumate, ai valori e al pane bianco arrivarono anche i primi televisori, la droga, i corruttori di ogni specie. Non che prima non ce ne fossero, ma non avevano terreno fertile, non avevano sogni così grandiosi su cui speculare.
I figli di quella generazione straordinaria, dopo aver svenduto orgoglio e princìpi in cambio di macchine, cocaina, sesso libero e ‘inciuci’, hanno in tasca solo soldi da dare ai propri figli. E glieli danno. A piene mani. Pur di tenerli buoni, pur di non guardarli negli occhi. Che si comprino tutto l’alcool e l’extasy che serve loro per sopportare il vuoto e la tristezza. Che perseguano sogni dorati da velina, calciatore, delinquente, furbo, giornalista, spacciatore…che inseguano tetti d’oro, corpi immortali, villaggi spaziali, performances da supereroi.
Nella qualifica di “dottore” c’è compreso l’aver imparato come si aggirano le Leggi di uno Stato. Come si vive in modo disonesto senza pagarne le conseguenze. Come si sfruttano gli altri. Come si discriminano i deboli. Come si piegano le regole ai propri scopi privati. Come si conquista il potere, il prestigio, il denaro, la fama, con ogni forma di corruzione. Come si distrugge la morale, l’etica, la fede, la politica. Come si costruisce la più sciagurata delle convivenze sociali. Quella basata su un unico beneficiario, un unico garantito, un unico vincitore. Quella edificata su un unico, immenso, delirante IO.
I nipoti di quella generazione straordinaria, oggi, si aggirano per la società con i cuori rinsecchiti dalla solitudine in cui vivono, spinti ai margini da adulti che non parlano con loro, non li vogliono, non hanno previsto nessun futuro e nessun ruolo per loro. Con gli occhi smarriti di chi è stato indotto a guardare l’orizzonte dentro un televisore, con lo schermo più grande possibile, perchè annulli del tutto la percezione della realtà. E quando guardano al di là del monitor, vedono solo nemici, gli stessi della Playstation con cui sono cresciuti.
I nipoti di quella generazione hanno i cuori gonfi di rabbia, le bocche piene di luoghi comuni e pregiudizi. Incapaci di ascoltare se non i suoni che arrivano dall’I-POD, perennemente acceso, ad attutire il rumore devastante del silenzio intorno a loro.
I nipoti di quella straordinaria generazione di schiene piegate dalla fatica, sognano di vivere in una reggia dorata, lontani da qualsiasi turbamento, da qualsiasi impegno, responsabillità. Circondati di un lusso pagato da qualcun altro. Rubato a qualcun altro. Affermato con violenza o con l’intrigo non importa. Costato morti e ingiustizia non importa.
I nipoti di quella generazione hanno le ali pesanti di morte, di piombo, di veleni. Hanno il cancro nel cuore.
Questo è il berlusconismo. Una prospettiva, un’ipotesi di sviluppo fallimentare. Come il fascismo, il marxismo, lo stalinismo, il nazismo.
Un cancro che, nei fatti, ha aggredito e corrotto una società che neanche la guerra era riuscita a distruggere. Un cancro che continua ogni giorno a divorare cellule.
Come il cancro, in assenza di cure, c’è un unico esito: la morte.
C’era fame, miseria. Case distrutte. Si faticava a venir fuori dagli orrori, dalla paura, dalle ferite profonde inferte dal fascismo, dalla guerra, dai bombardamenti, dalla disperazione.

Per quella generazione di italiani, che nella maggior parte erano rimasti analfabeti, soprattutto nelle campagne e nel sud, il sogno per cui valeva la pena vivere e continuare a stringere i denti nonostante sanguinassero le gengive ormai, a furia di stenti e di sacrifici, era uno solo: dare un futuro ai propri figli. Costruire per loro il mondo giusto, libero, pacifico, equo e felice che non avevano potuto avere loro.
Quella generazione raccolse il coraggio, la dignità, i propri valori sicuri, l’orgoglio di essere italiani, aggiunse altri calli alle mani già doloranti e ne fece alimento e concime per un progetto grandioso: lavoro, casa, dare un pezzo di carta ai propri figli, poterli chiamare “dottore”. E piangere d’orgoglio e di fierezza finalmente, anzichè di stenti. Riscattarsi.

E quella generazione ce la fece. Dagli anni ‘60 in poi il sogno cominciò a realizzarsi. I figli diventarono dottori, i rifugi e le stamberghe diventarono case e ville, gli stracci vestiti dignitosi. Il pane duro divenne carne tutti i giorni e ogni ben di Dio.
E insieme alle lenzuola profumate e al pane bianco, quei padri e quelle madri passarono il valore della fatica, della conquista, della vita onesta, del rispetto, della legalità, delle regole civili, della patria, della democrazia, del valore dell’impegno e della cultura, della libertà.
Non tutti, certo, però tanti, tantissimi sì.
E insieme alle lenzuola profumate, ai valori e al pane bianco arrivarono anche i primi televisori, la droga, i corruttori di ogni specie. Non che prima non ce ne fossero, ma non avevano terreno fertile, non avevano sogni così grandiosi su cui speculare.
I figli di quella generazione straordinaria, dopo aver svenduto orgoglio e princìpi in cambio di macchine, cocaina, sesso libero e ‘inciuci’, hanno in tasca solo soldi da dare ai propri figli. E glieli danno. A piene mani. Pur di tenerli buoni, pur di non guardarli negli occhi. Che si comprino tutto l’alcool e l’extasy che serve loro per sopportare il vuoto e la tristezza. Che perseguano sogni dorati da velina, calciatore, delinquente, furbo, giornalista, spacciatore…che inseguano tetti d’oro, corpi immortali, villaggi spaziali, performances da supereroi.
Nella qualifica di “dottore” c’è compreso l’aver imparato come si aggirano le Leggi di uno Stato. Come si vive in modo disonesto senza pagarne le conseguenze. Come si sfruttano gli altri. Come si discriminano i deboli. Come si piegano le regole ai propri scopi privati. Come si conquista il potere, il prestigio, il denaro, la fama, con ogni forma di corruzione. Come si distrugge la morale, l’etica, la fede, la politica. Come si costruisce la più sciagurata delle convivenze sociali. Quella basata su un unico beneficiario, un unico garantito, un unico vincitore. Quella edificata su un unico, immenso, delirante IO.
I nipoti di quella generazione straordinaria, oggi, si aggirano per la società con i cuori rinsecchiti dalla solitudine in cui vivono, spinti ai margini da adulti che non parlano con loro, non li vogliono, non hanno previsto nessun futuro e nessun ruolo per loro. Con gli occhi smarriti di chi è stato indotto a guardare l’orizzonte dentro un televisore, con lo schermo più grande possibile, perchè annulli del tutto la percezione della realtà. E quando guardano al di là del monitor, vedono solo nemici, gli stessi della Playstation con cui sono cresciuti.
I nipoti di quella generazione hanno i cuori gonfi di rabbia, le bocche piene di luoghi comuni e pregiudizi. Incapaci di ascoltare se non i suoni che arrivano dall’I-POD, perennemente acceso, ad attutire il rumore devastante del silenzio intorno a loro.
I nipoti di quella straordinaria generazione di schiene piegate dalla fatica, sognano di vivere in una reggia dorata, lontani da qualsiasi turbamento, da qualsiasi impegno, responsabillità. Circondati di un lusso pagato da qualcun altro. Rubato a qualcun altro. Affermato con violenza o con l’intrigo non importa. Costato morti e ingiustizia non importa.
I nipoti di quella generazione hanno le ali pesanti di morte, di piombo, di veleni. Hanno il cancro nel cuore.

Questo è il berlusconismo. Una prospettiva, un’ipotesi di sviluppo fallimentare. Come il fascismo, il marxismo, lo stalinismo, il nazismo.

Un cancro che, nei fatti, ha aggredito e corrotto una società che neanche la guerra era riuscita a distruggere. Un cancro che continua ogni giorno a divorare cellule.
Come il cancro, in assenza di cure, c’è un unico esito: la morte.



